Doveva essere l’evento artistico più ambito e clamoroso dell’anno 2022, grazie anche alla storia che da decenni incornicia la Biennale di Venezia, invece l’edizione della Biennale 2022, attualmente in corso, è uno schianto senza fine. Non arte ma artigianato, non arte ma sguardo a vecchie antropologie e colonizzazioni;  arte europea e occidentale zero,  neppure l’ombra, spazio alle minoranze etniche dove l’arte non è proprio di casa. Basti pensare che un artista docente di Brera espone in un  Padiglione del  sud est asiatico; era preferibile stare a casa. Ora finiti i fuochi d’artificio della serata inaugurale, Venezia e la Biennale si ritrovano, nonostante la direzione di Cecilia Alemani, la prima donna italiana alla guida della Biennale Arte, lombarda di nascita, newyorkese di adozione come il marito Massimiliano Gioni (che fu direttore nel 2013), si ritrovano -dicevo-   proprio perché tutto è come essere stati serviti a freddo. Su “Il Foglio”, il collega Camillo Langone, scrive: “ Fai quadri bellissimi ma possiedi un pisello? Affogati. Più che un criterio artistico mi sembra un criterio zootecnico. Mi consolo col titolo della mostra, “Il latte dei sogni”, che sarebbe una citazione surrealista ma che senza volerlo introduce un fatto molto reale: le donne il latte possono soltanto sognarselo, senza gli uomini”; si dovrebbero premiare l’arte e la cultura, premiare il talento, senza preoccuparsi del sesso e di tutte le trasformazioni, invece non è così.  Per decenni e nei secoli, alla Biennale (e nei musei) entravano solo gli artisti maschi, e ora l’arte al femminile è divenuta maggioritaria. Provate a girare nei Padiglioni della Biennale Arte 2022, certi “prodotti” in altri tempi a Venezia non sarebbero mai arrivati. Una volta qui bazzicavano Burri e Fontana, Vedova e Dorazio, Perilli e Riccardo Guarneri, Capogrossi e Dova, Marino Marini e Manzù, per citarne qualcuno, ora è uno squallore unico.

Non male gli allestimenti di Gran Bretagna e Francia delle artiste Sonia Boyce e Zineb Sedina, mentre diciamolo per intero che riconoscimento scontato è quello assegnato all’americana (nera) Simone Leigh spinta dal messaggio di Joe Biden, “congratulazioni per la tua storica partecipazione al Padiglione Stati Uniti. Devi esserne molto fiera, io e la first lady siamo onorati che tu possa rappresentare la nostra Nazione in un’esposizione così importante”.  Pensate che in quel Padiglione americano dove sono transitati Bruce Nauman, Robert Gober, Jenny Holzer e Mark Bradford, ora troviamo orride sculturacce in stile afro.  L’arte è storia non dimentichiamolo, ma non basta all’arte descrivere il mondo, lo deve soprattutto elaborare e la forma la dice tutta. Nel padiglione Uganda, la pittrice inuit, la femminista militante e il ragazzo franco libanese, che è l’unico maschio della compagnia. Vi farà strabuzzare gli occhi -in un Padiglione- persino una scultura-lampadario di peni/fallo color carne rosa pallido, paiono un trofeo africano.  E veniamo a mio progetto. Monumentalmente, da monumentale, arte monumentale ovvero decorazione pittorica o scultorea che è stata eretta, costruita, ideata, allo scopo di servire da monumento. E con le tante cianfrusaglie che oggi ci sono nell’arte, è bene scegliere dei monumenti, dei puntelli sicuri. Per estensione, a voler essere ancora più chiari, di ciò che per le sue dimensioni, dia un’impressione di grandezza e solennità. Ecco il senso delle opere disseminate, disseminate nella città di Venezia.  E’ il mio Progetto a Venezia, fuori dalla Biennale, ma al via in occasione della 59ma Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, edizione 2022. E nasce in funzione di chiarire alcune idee propalate nel mondo dell’arte, specie in un momento in cui la cultura e l’arte non inseguono più la storia ma vivono o vengono lasciate vivere come luci effimere. Basti pensare che una volta in Biennale vi erano Commissioni di chiara fama che invitavano gli artisti, non dunque un solo commissario, né un solo artista invitato, si dava un panorama del procedere e del nuovo nell’arte contemporanea. Ora per la prima volta nella storia, un solo artista ha avuto il privilegio di allestire la sua opera nel Padiglione Italia: è il progetto Storia della Notte e Destino delle Comete di Gian Maria Tosatti, a cura di Eugenio Viola curatore, scelto per rappresentare il nostro paese alla 59ma Biennale di Venezia. Scelte lontane dalla mia   formazione culturale e universitaria. Allontaniamoci dalle polemiche e veniamo alla nostra “mostra” diffusa, in oggetto. Opere disseminate, goderne senza più fare la fila per entrare in un museo. Le opere d’arte in questione, principalmente sculture e dipinti, seppur diversificate, si rapportano tra di loro e con il contesto; la peculiarità degli spazi della disseminazione è il punto di partenza per la resa visiva. Luoghi del vissuto, luoghi diplomatici, luoghi di relazioni commerciali, e non solo, qui le opere del progetto sembrano infatti piegarsi alle esigenze allestitive, mettendo in crisi il concetto di site-specific: incuranti dell’ambiente e delle sue caratteristiche, attraversano porte e pareti senza essere condizionati dalla specificità del luogo in cui si sviluppano.  Ecco i siti dove sono accolte le opere degli artisti del nostro Progetto “Monumentalmente”, intanto Palazzo Regina Vittoria – Venezia, la Sede del Consiglio d’Europa- Palazzo delle Procuratie in Piazza San Marco–Venezia; il Consolato Onorario del Lussemburgo–Venezia; la UnionCamere Veneto–Venezia; e infine l’Hotel Principe di Venezia- Venezia.

E per finire, pensate che nel Padiglione Italia entrate e vedete una fabbrica in disuso, macchinari fermi, arruginiti, e polvere dappertutto,  visione e scelta più da realismo socialista, da comunismo imperante, da ex- Unione Sovietica. Cose d’altri tempi, altro che attualità.

 

Carlo Franza

 

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