Addio a 99 anni a Herbert Lust, il collezionista che trasformò un incontro con Giacometti in una vita per l’arte
Ridurre Herbert Lust alla figura del collezionista sarebbe limitante. Nel corso della sua vita fu anche studioso, autore e promotore culturale. Pubblicò il catalogo ragionato della grafica di Giacometti, dedicò un volume a Enrico Baj, scrisse saggi su Robert Indiana, Hans Bellmer e Carlotta Capron, contribuendo alla conoscenza critica di artisti che aveva frequentato personalmente. Negli anni Ottanta e Novanta, insieme alla moglie Virginia Wertheimer, fondò la Virginia Lust Gallery a Lower Manhattan, trasformando il collezionismo in un’attività di sostegno diretto alla ricerca artistica. Negli ultimi anni aveva inoltre donato importanti nuclei fotografici all’Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington, confermando una concezione della collezione come patrimonio destinato, nel tempo, a tornare alla fruizione pubblica.
La sua formazione umanistica affondava le radici in un episodio che raccontava spesso. Durante il servizio nella Marina americana, nel pieno della Seconda guerra mondiale, un corso obbligatorio di letteratura gli fece scoprire Ode a un usignolo di John Keats. Fu, ricordava, la prima volta in cui comprese che la bellezza poteva rappresentare una ragione di vita. Da allora non smise più di leggere, scrivere e collezionare. La parabola di Herbert Lust appartiene a una stagione del collezionismo difficilmente replicabile. Un tempo in cui era ancora possibile conoscere gli artisti nei loro studi, acquistare direttamente da loro e costruire raccolte guidate più dalla curiosità intellettuale che dalle dinamiche finanziarie. Oggi, nell’epoca della globalizzazione del mercato, dei grandi advisor e delle aste multimilionarie, quella figura appare quasi appartenere a un’altra storia.
Herbert Lust amava definirsi un “collezionista per caso”. Era una formula che sintetizzava perfettamente una vicenda iniziata lontano dalle sale d’asta e dalle grandi gallerie internazionali, quando nel 1949, ventiduenne studente americano alla Sorbona grazie a una borsa Fulbright, si ritrovò seduto accanto ad Alberto Giacometti durante un pranzo a Parigi. Da quell’incontro fortuito nacque una delle più singolari storie di collezionismo del secondo dopoguerra. Lust è morto il 12 maggio nella sua casa di Greenwich, nel Connecticut, all’età di 99 anni.
Per rompere l’imbarazzo di quel primo incontro raccontò a Giacometti una biografia inventata: disse di essere un ebreo rumeno fuggito attraverso i Carpazi per sottrarsi all’avanzata sovietica. Poco dopo confessò la menzogna nello studio dello scultore svizzero. Invece di interrompere il rapporto, quella sincerità segnò l’inizio di un’amicizia destinata a cambiare la sua vita.
Fu Giacometti ad aprirgli le porte della Parigi artistica del dopoguerra. Attraverso di lui conobbe Pablo Picasso, Max Ernst, Hans Bellmer e altri protagonisti dell’avanguardia europea. Con i fondi della borsa di studio acquistò le sue prime opere, non come investimento ma come naturale estensione di relazioni personali costruite negli atelier degli artisti. Quella dimensione umana sarebbe rimasta il tratto distintivo del suo collezionismo. “Credo che tutta la vita sia un caso, mi sento solo fortunato”, dichiarò nel 2019 in un’intervista a Sotheby’s. Una filosofia che rifletteva un’epoca nella quale il collezionismo nasceva spesso dalla frequentazione diretta degli artisti, prima ancora che dalla mediazione del mercato.
Dopo gli studi all’Università di Chicago, dove conseguì un master in matematica e filosofia, Lust insegnò letteratura inglese prima di intraprendere, nel 1957, la carriera di banchiere d’investimento. Fu proprio la stabilità economica raggiunta in quegli anni a permettergli di sviluppare una raccolta destinata a superare il migliaio di opere, con nuclei significativi dedicati a Giacometti, Hans Bellmer, Robert Indiana e numerosi altri protagonisti dell’arte del Novecento. Ridurre Herbert Lust alla figura del collezionista sarebbe però limitante. Nel corso della sua vita fu anche studioso, autore e promotore culturale. Pubblicò il catalogo ragionato della grafica di Giacometti, dedicò un volume a Enrico Baj, scrisse saggi su Robert Indiana, Hans Bellmer e Carlotta Capron, contribuendo alla conoscenza critica di artisti che aveva frequentato personalmente. Negli anni Ottanta e Novanta, insieme alla moglie Virginia Wertheimer, fondò la Virginia Lust Gallery a Lower Manhattan, trasformando il collezionismo in un’attività di sostegno diretto alla ricerca artistica. Negli ultimi anni aveva inoltre donato importanti nuclei fotografici all’Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington, confermando una concezione della collezione come patrimonio destinato, nel tempo, a tornare alla fruizione pubblica.
La sua formazione umanistica affondava le radici in un episodio che raccontava spesso. Durante il servizio nella Marina americana, nel pieno della Seconda guerra mondiale, un corso obbligatorio di letteratura gli fece scoprire Ode a un usignolo di John Keats. Fu, ricordava, la prima volta in cui comprese che la bellezza poteva rappresentare una ragione di vita. Da allora non smise più di leggere, scrivere e collezionare. La parabola di Herbert Lust appartiene a una stagione del collezionismo difficilmente replicabile. Un tempo in cui era ancora possibile conoscere gli artisti nei loro studi, acquistare direttamente da loro e costruire raccolte guidate più dalla curiosità intellettuale che dalle dinamiche finanziarie. Oggi, nell’epoca della globalizzazione del mercato, dei grandi advisor e delle aste multimilionarie, quella figura appare quasi appartenere a un’altra storia.
Carlo Franza
